martedì 6 dicembre 2016

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6 dicembre 1981 Pasquale Belsito uccide un maresciallo dei carabinieri

Torniamo ai tre Nar che sono riusciti a scappare, con Sordi ferito. Subito cercano rifugio a casa di un amico di Sordi, all’Aventino. Il giovane fa parte di una batteria di ragazzini che Sordi ha messo su di ritorno dal Libano: una decina di persone tra i diciotto e i vent’anni, recuperate dall’Eur, da Vigna Clara e dal giro di piazza Euclide. A lui fedelissime. Tanto che gli ha trovato perfino un nome: li chiama «Walter boys», e loro ne sono fieri. Quando Sordi torna dal Libano, raduna i suoi boys e comincia a catechizzarli e, soprattutto, a farsi aiutare. Come il pomeriggio di quel maledetto 5 dicembre 1981, quando si «ricovera» a casa di uno di loro. Poco dopo, a casa del Walter boys si presentano la Mambro e Vale, ai quali Sordi racconta tutto, con la conseguente arrabbiatura della Mambro, come abbiamo visto. Ma nell’ospedale da campo dei Nar ci sono anche gli altri due reduci dalla sparatoria del Labaro: Belsito e Ciro Lai, che decidono di andare a sgranchirsi le gambe là intorno. Escono da casa dell’altro supporter, dove Sordi è stato trasferito, e si avvicinano ai giardinetti della Piramide. Ma proprio in quel momento accosta una gazzella del nucleo radiomobile dei carabinieri. Sono le 10.40 di domenica 6 dicembre. Quella che segue sembra la scena di un action movie. Invece è realtà. Una realtà tragica e sanguinosa. L’auto dell’Arma si avvicina: i militari sono insospettiti dai due giovani che hanno attraversato la strada, ma convinti di avere a che fare con dei piccoli spacciatori, non certo con i reduci della sparatoria del giorno prima, così decidono di seguire la procedura. Il capopattuglia, brigadiere Massimo Rapicetti, resta in piedi accanto alla gazzella, mentre il carabiniere scelto Romano Radici si avvicina ai due. I quali improvvisamente si separano e si siedono su due panchine diverse. Radici fa qualche passo, poi li chiama e gli chiede di avvicinarsi. Lai e Belsito si alzano e cominciano a camminare verso l’auto dell’Arma. Improvvisamente, Belsito tira fuori una calibro 38 e spara due volte contro Radici, uccidendolo all’istante, poi rivolge l’arma verso Rapicetti ed esplode un altro colpo. Ora Lai e Belsito stanno correndo all’impazzata, il primo verso piazza Albania, l’altro verso l’ufficio postale di piazzale Ostiense. Rapicetti reagisce immediatamente: estrae la calibro 9 dalla fondina e si lancia all’inseguimento di Belsito. Ma Lai tira fuori a sua volta una calibro 9, punta l’arma contro il sottufficiale e gli spara contro più volte, senza colpirlo. Intanto Belsito è arrivato alle spalle dell’ufficio postale e si trova davanti un impiegato che, avendo capito cosa sta succedendo, cerca di fermarlo. Belsito preme ancora il grilletto, mirando al cuore dell’impiegato (ma per fortuna lo sparo non raggiunge il bersaglio), poi prosegue la sua folle corsa. Attraversa via Marmorata, ma di fronte a lui si trova un’auto civetta della polizia in servizio antiscippo. A bordo ci sono l’appuntato Pasquale Pascolo e l’agente Mauro Colangeli. Belsito prende la mira e spara gli ultimi due colpi della calibro 38. Il primo centra il bersaglio, attraversa il parabrezza dell’auto civetta e colpisce al torace l’agente Colangeli, che si salva per un miracolo: il portafogli devierà la traiettoria del colpo. Ora la pistola di Belsito è scarica, allora il terrorista la scaglia contro Pascolo, che nel frattempo è uscito dall’auto, colpendolo a un braccio. Ma i due agenti non stanno a guardare, hanno estratto le Beretta calibro 9S e sparano contro Belsito, che a sua volta tira fuori dalla cintola un’altra pistola: anche questa una calibro 9. Lo scontro a fuoco è breve ma intenso. Alla fine Belsito si becca un colpo alla gamba, che rallenta ma non arresta la sua fuga. Arrivato davanti alla vicina caserma dei Vigili del fuoco, ferma una Fiat 126, fa scendere la coppia che c’era dentro, si mette alla guida e prova a ripartire. Ma i due poliziotti stanno ancora sparando e un colpo fa scoppiare una delle gomme dell’auto. Allora Belsito desiste, scende dalla macchina e continua la sua corsa. Ora zoppica vistosamente, ma non si ferma. Entra nella caserma dei pompieri – che stanno assistendo increduli alla scena – esce dalla porta carraia, ferma una Fiat 127 e stavolta riesce ad andarsene. I Nar hanno fatto un altro morto. Ancora una volta casualmente. Ma ogni uomo dello Stato ucciso va «utilizzato» politicamente, soprattutto se il fatto è avvenuto il giorno dopo la morte di un mito come «Alì Babà». Così qualcuno del gruppo pensa di rivendicare l’uccisione dell’appuntato Radici. Due ore dopo uno sconosciuto dichiara all’Ansa di Milano: «Siamo i Nar, rivendichiamo l’uccisione del carabiniere a Roma, per vendicare la morte del camerata Alessandro Alibrandi».

Fonte Il Piombo e la Celtica/Nicola Rao

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