venerdì 18 novembre 2016

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La parabola di Caradonna da nemico degli estremisti a supporter di Forza nuova


(G.p)A Roma, sette anni fa, ad ottantadue anni, moriva Giulio Caradonna storico esponente del Movimento Sociale Italiano Destra Nazionale di cui fu deputato per nove legislature dal 1958 al 1976 e dal 1979 al 1994. A 16 anni aderì alla Repubblica Sociale Italiana, fino al 1955 fu presidente del FUAN e poi segretario del Raggruppamento giovanile studenti e lavoratori fino al 1967. Insieme a Giorgio Almirante guidò il 16 marzo del 1968 circa 200 militanti del Msi e dei Volontari Nazionali che attaccarono la facoltà di Lettere dell'Università di Roma La Sapieza per fermare l'occupazione del movimento studentesco. Nel 1973, un ventennio prima di Gianfranco Fini, dopo la guerra del Kippur si recò al Museo dell'Olocausto di Gerusalemme per deporre una corona di fiore. Massone, nel 1981 si scoprì inoltre la sua iscrizione alla P2. Alle  elezioni politiche del 27 marzo del 1994 non fu ricandidato per divergenze ideologiche con il segretario Gianfranco Fini, tanto è vero che non aderì ad Alleanza Nazionale. Lavorò con l'amico e camerata Giuseppe Ciarrapico. Nel 2006 divenne amministratore unico della sua società Partecipazioni e Consulenze. Nel 2006 si è dichiarato politicamente vicino a Forza Nuova.
Un ritratto di Giulio Caradonna ci viene offerto dal collega Filippo Ciccarelli che sul quotidiano Repubblica del 18 ottobre del 2009 pubblica un interessante articolo intitolato addio a Caradonna un fascista da film

Addio a Caradonna un fascista da film
di Filippo Ceccarelli


È morto Giulio Caradonna, che certo era un gran fascistone, ma anche un uomo a suo modo eccentrico, un personaggio senza dubbio: per cui non solo l´occasione, ma ormai anche la lontananza consentono qui di ricordarlo ben vivo al centro di un´epopea romanzesca e cinematografica, una turbinosa temperie di pugni e duelli che sta fra I tre moschettieri e Bud Spencer. Anche se la leggenda vuole che proprio su di lui, nei primi anni settanta, Mino Monicelli ritagliò la figura del protagonista di "Vogliamo i colonnelli", interpretato da un indimenticabile Tognazzi.
La commedia all´italiana, come è noto, non disdegna i toni drammatici, e anche drammatica, per forza di cose, è stata di vita di Caradonna, che fin dall´inizio dovette tenere testa alla fama del padre, pure lui gran fascista del Tavoliere, per giunta inventore degli squadristi a cavallo, nonché amico di Padre Pio.
Giulio era basso, rotondetto, portava baffi ferrigni, un occhio gli andava un po´ per conto suo; in più da un certo punto in poi era anche claudicante, eppure anche con l´inseparabile stampella riuscì a farsi valere nelle centinaia di scontri ingaggiati in piazza, fin dai tempi delle manifestazioni su Trieste, con gli attivisti del «Raggruppamento» che addirittura prese il suo nome, i migliori dei quali provenienti dall´Accademia Pugilistica Romana di cui fu a lungo presidente. C´era anche una specie di inno che faceva: «Se non ci conoscete,/ ohé, per la Madonna,/ noi siamo gli arditi/ di Giulio Caradonna!».
Ricorda Adalberto Baldoni nella sua recente «Storia della destra» (Vallecchi), autentica e meritoria bibbia missina, che fra costoro c´erano «tipici personaggi avventurosi dai nomi esotici, tipo "il Cobra", "il Caimano" e "lo Sceriffo"», quest´ultimo distintosi per aver tenuto a bada una folla di cento comunisti con due rasoi presi in una bottega di barbiere. Ma la loro fama crebbe anche grazie al "Gatto", che perse una mano per via di una bomba, e al "Postino" di cui lo stesso Caradonna ha raccontato che era così grande da poter mangiare 50 uova sode.
Otto legislature in Parlamento, una dozzina di processi, sette condanne, mille scritte nere «vota Caradonna» sui muri di Roma, la stagione più densa di botte tra il 1955, quando alla testa dei suoi soliti artisti della scazzottata (e non solo) diede l´assalto alle Botteghe Oscure, e il 1968 universitario, di cui resta una foto di lui che fa il saluto romano mentre su una camionetta la Polizia se lo sta portando via. Una volta cercò di buttare l´ambasciatore cinese, in mutande, dentro la fontana della Minerva.
Nella vecchia fiamma non fu mai con Almirante («Mi guardava con l´occhio porcino») e sempre si mostrò diffidente nei riguardi delle correnti esoteriche, sociali, rautiane e ye-ye. Era anzi molto atlantico e sinceramente filo-israeliano. Lo pizzicarono nella P2, ma giudicava Gelli «un saltapicchio» di regime. Sosteneva che il Msi era stato a lungo «la sputacchiera amica» della Dc. Guardava ad An con un certo scetticismo - e dal suo punto di vista non è che avesse tutti i torti.

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