sabato 12 dicembre 2015

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Stefano Delle Chiaie racconta il suo 12 dicembre 1969

Venerdì 12 dicembre 1969 era un giorno come un altro. O almeno così sembrava. Non potevo immaginare che invece sarebbe stato uno spartiacque nella mia vita e in quella di molti altri camerati...
Il pomeriggio di quel 12 dicembre mi trovavo a Roma, in via Catania, dove quasi ogni sera incontravo i miei camerati. Li vicino, in una traversa, c'era la sede di Caravella. Non avrei dovuto essere da quelle parti, ma a casa, in via Tuscolana. La sera prima, mentre stavo accompagnando Fabio Fabbruzzi in via Catania, davanti a una trattoria avevo incontrato casualmente Mario Merlino, che era in compagnia di alcuni giovani in partenza per la leva militare.
Mi ero fermato per pochi istanti e lui mi aveva chiesto un appuntamento. Mario aveva militato in Avanguardia e di recente, con il milanese Pietro Valpreda aveva creato un piccolo circolo anarchico, che avevano chiamato 22 marzo, ispirandosi alla data convenzionale di inizio del Sessantotto francese.
Merlino mi aveva confidato che stava attraversando una crisi esistenziale e che avrebbe voluto parlarmi. Avevamo concordato di vederci per le cinque del pomeriggio successivo. Gli fornii il mio nuovo indirizzo. Da poco mi ero trasferito da via Tor Caldara a Via Tuscolana 552, proprio di fronte allo stabilimento della Banca d'Italia.
L'indomani, venerdì 12 dicembre, mi dimenticai l'appuntamento con Merlino e cosi, dopo aver lasciato la mia agenzia di assicurazioni, anziché rincasare mi diressi in via Catania. Nei pressi di una pompa di benzina, gestita dall'amico Pietro, mi intrattenni con Gian Maria Russo, il regista di Berenice, il dramma di Brasillach, che aveva messo in scena qualche anno prima al teatro Fiammetta.
Personaggio eccentrico, ma intelligente ed eclettico, Russo era la persona sulla quale facevo affidamento per rilanciare il Centro Culturale d'Avanguardia.
Di questo stavamo parlando quando mi sentìì chiamare. Era Peppe, il proprietario di un piccolo bar adiacente alla pompa di benzina. A quel tempo non c'erano i cellulari e Peppe- ma più sua moglie, che scherzosamente chiamavano la strega per il modo in cui trattava il marito- faceva da centralino per lo scambio dei nostri messaggi.
Peppe mi avvisò che al telefono cercavano uno di noi. Andai all'apparecchio era Guido Paglia.
Guido, estremamente agitato, mi riferì che alla sala stampa di piazza San Silvestro, dove lavorava come giornalista, arrivavano telex allarmanti su uno spaventoso avvenimento.
Mi chiese di raggiungerlo per constatare di persona la gravità di quelle notizie.
Telefonai a Fausto Fabbruzzi, che lavorava alla Cassa di Risparmio di Rieti, vicino a piazza San Silvestro, e gli dissi di raggiungermi. Insieme ci dirigemmo verso palazzo Marignoli, sede della sala stampa.
Incontrammo Pierfrancesco Pingitore, in seguito animatore del  Bagaglino, che ci descrisse sommariamente la confusione che regnava nella sala stampa a causa del moltiplicarsi di notizie che giungevano su quella che appariva sempre di più come una tragedia. Lasciato Pingitore, salimmo di corsa le scale e con Paglia commentammo i telex in arrivo che indicavano una situazione assolutamente preoccupante.
All'inizio non era chiaro cosa fosse effettivamente successo: una ridda di attentati sanguinari dai contorni ancora indefiniti. Ma poi, con sempre maggiore frequenza, pervennero altri dettagli. Prendemmo coscienza della gravità dell'accaduto e io compresi immediatamente che anche noi saremmo stati vittime di quel dramma. Anche se non immaginai fino a che punto, e certo non pensai che sarei stato coinvolto in prima persona, in quel terribile evento.
Quel giorno l'Italia si scontrò con il mistero di una violenza nichilista. L'inizio di anni tormentati che permisero errori, depistaggi, falsificazioni, strumentalizzazioni di parte a danno della verità. Con inimmaginabili conseguenze per molte persone strette nella morsa di quella macchinazione.
Lascia Paglia e mi riuniì con un gruppo di camerati per scambiarci le prime impressioni. Tutto appariva ancora confuso e incomprensibile. Decidemmo di dare il via a nostre indagini e stabilimmo di vederci la sera successiva.
Quella notte stessa a Roma vennero fermati numerosi militanti extraparlamentari, sia nazional rivoluzionari sia di sinistra. Fra loro c'era anche Mario Merlino e altri appartenenti al circolo anarchico 22 marzo.
( Tratto dal libro l 'Aquila ed il Condor pagine 104-106

2 commenti:

  1. Strage che molti ancora, anche nell'Area neofascista, ritengono essere "nera"...

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  2. Da una indagine tenuta segreta delle brigate rosse, si appurò che il macellaio della BNA fu effettivamente l'anarchico Valpreda. Il riconoscimento dello stesso da parte del teste Cornelio Rolandi, autentico.Le cose non andarono esattamente come impone la vulgata corrente sinistroide. Azzardo una ipotesi: anarchici e neofascisti furono turlupinati dagli Affari Riservati del Viminale, il tutto all'insegna del noto "destabilizzare per stabilizzare".

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